Biografia

Biografia tratta da Roadrunner Records Italia.

slipknot-band

La formazione originale degli Slipknot fino al 2010, con Paul Gray.

Corey Taylor, frontman degli SLIPKNOT, sapeva sin dall’inizio che la sua band era destinata ad avere un grande successo. Sapeva anche, però, che ottenerlo non sarebbe stato facile.

“Quando abbiamo cominciato a suonare ci hanno attaccati in molti”, afferma. “Eravamo originari dell’Iowa, eravamo in nove, indossavamo maschere e tute, suonavamo metal. Metal pesante”.

“È stato difficile convincere la gente a venire a Des Moines”, aggiunge il bassista Paul Gray. “Non so perché, è un posto niente male. Ma se si parla dei ragazzi che si occupano di A&R – giovani annoiati che vengono da Los Angeles e New York – beh, allora è davvero difficile trascinarli fino in Iowa”.

“E poi c’erano tutti quelli che ci criticavano”, afferma Taylor.

Quelli che non facevano che parlare male degli SLIPKNOT. Gente che non aveva niente di meglio da fare che sparlare della band, criticandone il look, la scelta di sostituire i nomi dei componenti con dei numeri, gli show sopra le righe e la confusione assoluta che li caratterizzano. Alcuni dei commenti venivano dal solito gruppo di siti Internet e cosiddetti critici musicali. Ma, sorprendentemente “anche molti gruppi ci hanno tirato merda addosso”, afferma il chitarrista James Root. “Quando nel 1999 abbiamo partecipato all’Ozzfest ho sentito varie osservazioni condiscendenti da parte di altri musicisti. Dicevano: ‘Gli Slipknot non venderanno abbastanza dischi, non dureranno, sono in troppi, nessuno crederà in loro, danno troppa importanza all’immagine'”.

“Tutto ciò è piuttosto ironico”, afferma Taylor con un ghigno perfido. “La nostra musica ha retto la sfida del tempo. Siamo molto più famosi ora e non grazie alla nostra immagine. È stata la musica a fare la differenza”.

Ora la maggior parte delle band che si davano un gran da fare a sparlare degli SLIPKNOT non esistono nemmeno più. I ‘Knot, invece, negli ultimi dieci anni non hanno fatto che incrementare la loro reputazione come una delle band hard rock più estreme. Hanno pubblicato tre album e due DVD, e tutti hanno ottenuto almeno un disco di platino. Hanno partecipato a tour e festival in tutto il mondo, registrando più volte il tutto esaurito. Attualmente si stanno preparando per l’uscita del loro quarto album, “All Hope is Gone”.

Gli SLIPKNOT – che comprendono il DJ Sid Wilson (0), il batterista Joey Jordison (1), Gray (2), il percussionista Chris Fehn (3), Root (4), Craig Jones -133- al sampler (5), il percussionista M. Shawn Crahan – Clown (6), il chitarrista Mick Thomson (7) e Taylor (8) – sono ancora heavy, amanti di grandi mura sonore composte da numerosi livelli e sfaccettature. Ma questa volta l’approccio alla loro musica ha avuto un occhio di riguardo nei confronti dell’espressione stilistica, annullando, così, qualsiasi commento riguardo i soliti cliché dell’heavy metal. Inoltre i nove hanno continuato ad esplorare il lato melodico della loro musica, come avvenuto sin dal primo album.

Brani come “Sulfur” e “Psychosocial” contengono versi schiaccianti che esplodono in cori torreggianti, mettendo in risalto la potente voce di Taylor. “Vendetta”, invece, è caratterizzata da un ritmo sordido, grezzo e cadente, pur mantenendo tutta la velocità che è ormai diventata il marchio di fabbrica degli Slipknot. E “All Hope Is Gone” butta fuori rabbia grezza, aggressività, odio e pazzia, come a ricordare a tutti coloro che nutrono ancora dubbi sugli Slipknot che questa band è davvero esperta quando si tratta di fare puro heavy metal.

“È il nostro quarto album, e volevamo fare qualcosa di diverso”, afferma Gray. “Non si possono scrivere album tutti uguali. Allo stesso tempo, questo album racchiude tutto ciò che rappresentano gli Slipknot”.

“Non vedo l’ora di vedere che faccia farà la gente quando ascolterà il nuovo disco”, continua Taylor. “Ci sono cose davvero molto pesanti in quest’album, e lasceranno tutti a bocca aperta. Ma sono anche eccitato per tutto ciò che di diverso c’è in questo disco, il suo lato più sperimentale. Nessuno si aspetta qualcosa del genere”.

Molta della diversità di “All Hope Is Gone” (co-prodotto con Dave Fortman) è dovuta al nuovo approccio della band durante il processo compositivo e di registrazione in studio. Negli ultimi anni molti dei componenti hanno lavorato a side project, nessuno dei quali si avvicinava nemmeno lontanamente al sound SLIPKNOT. Non c’è quindi da stupirsi che tutte queste influenze siano confluite nel processo compositivo. Ancor più importante, “All Hope Is Gone” è stato il primo album in cui tutti i membri della band hanno dato il proprio contributo.

“Penso che ognuno di noi sia entrato in studio a mente aperta. Abbiamo ascoltato le idee di tutti e se funzionavano, bene, se invece non andavano le lasciavamo da parte”, spiega Gray. “Questa volta abbiamo cercato davvero di creare idee, di lavorarci sopra. Penso che sia stato fondamentale il fatto che ognuno di noi abbia avuto il tempo di concentrarsi sul proprio progetto. Comporre con persone diverse può fare davvero la differenza nella concezione della musica. Quando ci siamo riuniti per questo quarto lavoro siamo riusciti ad aggiungere tutte queste diverse influenze”.

Gli SLIPKNOT hanno anche preso la decisione di lasciare Los Angeles, dove avevano registrato gli album precedenti, per tornare a casa, in Iowa. E le differenze si sentono.

“Questo ci ha permesso di avere più tempo ed energia per sperimentare in studio. Sono riuscito a tirar fuori molti più suoni dalla mia chitarra”, afferma Root.

Mentre il cuore degli SLIPKNOT resta la musica, l’anima della band si esprime al meglio su un palco. Oggi gli SLIPKNOT suonano in arene e stadi sold-out, ma la band ha affinato il proprio talento facendosi strada nel Midwest, suonando un po’ ovunque. Spesso si trattava di date uniche, e la band doveva partire da Des Moines per suonare in posti come Omaha e Chicago. “Non si trattava di veri e propri tour a quei tempi”, ricorda Thomson. “I nostri live erano come eventi sportivi. Davamo il massimo e alla fine ne uscivano a pezzi, cazzo. Non potevamo ficcarci tutti e nove dentro un van e guidare tutta la notte per fare una data il giorno dopo. Avremmo rischiato di addormentarci alla guida e di finire ammazzati”.

“I primi live erano grezzi, ma mi piacevano da morire i palchi piccoli”, afferma Gray. “C’era qualcosa di intimo. Erano come dei live punk old-school, proprio il genere di musica con la quale sono cresciuto”.

“Io invece non rimpiango per niente quei posti di merda”, afferma Thomson. “C’erano 8000 gradi, sbattevamo contro la gente, inciampavamo sull’attrezzatura. Quei piccoli palchi avevano soffitti bassissimi, quindi tutto il calore restava intrappolato in basso: proprio sopra la tua testa. Quelli erano live in cui ciò che più contava era uscirne vivi, non suonare bene”.

I primi concerti non sono stati difficili solo per la band, ma anche per tutti quelli che si trovavano in prima fila.

“Shawn aveva l’abitudine di portare sul palco seghe circolari per arrotare tubi e farne uscire scintille”, ricorda Thomson. “Una volta un pezzo si è rotto e un ragazzino è finito all’ospedale. Ma quelli che si facevano male ai nostri live non se ne preoccupavano più di tanto: andavamo a trovarli in ospedale, facevamo qualche autografo e roba del genere. Non è mai successo niente di grave”.

“Tutti cercavano di controllarci, però”, afferma Taylor.

“Sì, quelle teste di cazzo”, prosegue Thomson. “Eravamo in tour e saltavano fuori vigili del fuoco con videocamere che ci accusavano di fare ogni tipo di stronzata. Ci dicevano ‘Abbiamo sentito dire che vi date fuoco!’”.

“Beh… ok, ad essere sinceri l’abbiamo fatto!”, continua Thomson, ridendo. “Sid e il Clown si spruzzavano addosso del combustibile per poi dargli fuoco. Ci ha creato non pochi problemi. I promoter si chiamavano l’un l’altro avvisandosi a vicenda e alla fine ci obbligavano a sottostare a certe regole. Ci sentivamo castrati”.

Sopravvivere dieci anni è un traguardo per ogni band. Per gli SLIPKNOT si tratta quasi di un miracolo. Spesso le diverse personalità non vanno d’accordo, i side project cominciano ad essere troppi e sul palco le liti sono all’ordine del giorno. Ma ogni volta, anno dopo anno, album dopo album, i nove tornano a scrivere musica insieme. “Il nostro legame è cementato dall’odio”, afferma Jordison. “Alcune volte ci odiamo a vicenda, altre volte odiamo il mondo, altre ancora odiamo le nostre stesse vite. Ma quando siamo insieme succede sempre qualcosa di mostruoso e da tutta quell’energia ha origine un sound eccezionale”.

“In più”, aggiunge “crediamo nella possibilità di dominare il mondo, e questa è la band che potrà permetterci di farlo”.

“Prima eravamo una qualsiasi band locale che provava in uno scantinato, oggi invece vendiamo milioni di dischi”, afferma Gray. “Sono passati dieci anni da quando è uscito il nostro primo album. Sono così felice, emozionato, orgoglioso e grato del fatto che questa band sia arrivata sin qui. Ho potuto vedere il mondo e vengo pagato per farlo! L’avrei fatto anche gratis”.

Chris Fehn la pensa allo stesso modo. “Penso che la cosa migliore dell’essere membro di questa band sia la possibilità di vedere il mondo. Capisci che tutto è uguale in qualsiasi parte del globo: le persone hanno gli stessi sentimenti, gli stessi desideri, le stesse speranze e le stesse paure. Conoscere il mondo è qualcosa a cui non voglio rinunciare. Ti cambia la vita – specialmente se vieni da una piccola cittadina dell’Iowa”.

“Ho sempre saputo che saremmo andati lontano. Me lo sentivo”, afferma Taylor. “Non c’era pericolo che questa band fallisse. Ma non mi sarei mai immaginato che avremmo ottenuto un tale successo. Abbiamo viaggiato intorno al mondo così tante volte; ogni Paese è come la nostra seconda casa. Oggi mi stupisco ancora del fatto che sia stato possibile prendere questo progetto malato e pazzo e farlo diventare mondiale”.

Top